Home SPORT Sarri-Juve: e se il paradosso fosse vincente?

Sarri-Juve: e se il paradosso fosse vincente?

Maurizio Sarri è il nuovo allenatore della Juventus. E no, non è una fake news. Sembrerebbe tale pensando agli anni trascorsi a Napoli, panchina su cui sedeva poco più di un anno fa. Panchina dalla quale quasi rischiava di festeggiare un incredibile Scudetto, dopo la vittoria allo scadere allo Stadium con gol di Koulibaly, a meno uno dai bianconeri. Poi, la settimana dopo, la sconfitta dell’Inter in casa contro la Juve fra mille polemiche: bastava un pari per sognare, in albergo quella sera il Napoli avrebbe perso quel titolo. Il giorno dopo la netta sconfitta a Firenze e la fine di un ciclo.

Il Napoli prenderà Ancelotti, Sarri migrerà in Inghilterra sponda Chelsea: vincerà il suo primo titolo, l’Europa League. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo sulla panchina della Juve, per infiniti motivi. Perché a Napoli è stato un nemico giurato, fra richieste di denuncia per chi lo accostava alla panchina su cui siede oggi, al dito medio in pullman rivolto alla tifoseria che oggi difende. Non solo, motivazioni tattiche, per un allenatore che impone in maniera maniacale le proprie idee, a rischio di risultare ottuso e ripetitivo agli occhi dei giocatori, soprattutto top player. Per uno stile in antitesi con il mondo bianconero, ma forse proprio per questo sarà vincente.

Perché la Juve non vince la Champions da 24 anni, ci ha provato con tutti: da Capello a Conte fino ad Allegri, allenatori diversi fra loro e lontani anni luce da Sarri. Che, a conti fatti, è il primo allenatore italiano dai tempi di Malesani a vincere in Europa League, ex Coppa Uefa. E alla Juve questo serve, qualcuno che torni a proporre calcio anche oltre i confini italici, senza dover sempre speculare e difendere: distruggere ed opporre, ma creare ed attaccare.

Se è questo che la Juve cercava, ha trovato l’uomo giusto: servirà tempo e giocatori, il primo lo avrà anche se non infinito, i secondi arriveranno a fronte di qualche cessione, forse anche illustre. Tre anni di contratto, decisamente meno per convincere una tifoseria juventina che già ha dovuto, in buona parte, mal digerire Allegri per cinque lunghi anni: fatti di successi nazionali e due finali Champions perdute, che ancora gridano vendetta.

Per Sarri è l’occasione definitiva, dopo una infinita gavetta vissuta tra i campi di provincia, di rivendicare la propria posizione ed autorità a livello nazionale, tentando la caccia a quella coppa che, se fosse lui a portarla, suonerebbe come la più grande impresa calcistica del nuovo millennio, visti i presupposti. E non chiamatelo seconda o terza scelta, perché un toscanaccio come lui ha spalle larghe e non se ne cura, uno che viene dai campi fangosi della prima categoria e la polvere degli uffici in banca. Guardiola e Mourinho hanno detto no, Klopp e Pochettino dopo la finale di Champions resteranno dove sono: è rimasto solo Sarri, favorito solo ad Inzaghi e Sinisa.

A lui, questo, non importa: il paradosso dell’anno è pronto a stupire.